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La spiritualità ignaziana. Tra integrazione e azione sociale radicale more

La spiritualità ignaziana. Tra integrazione e azione sociale radicale in La dimensione religiosa: problemi di metodo, “Quaderni di sociologia e ricerca sociale”, n. 56, Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale, Trento, 2011.

La spiritualità ignaziana. Tra integrazione e azione sociale radicale La spiritualità ignaziana. Tra integrazione e azione sociale radicale in La dimensione religiosa: problemi di metodo, “Quaderni di sociologia e ricerca sociale”, n. 56, Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale, Trento, 2011. Charlie Barnao Introduzione Oggetto di questo lavoro è la spiritualità ignaziana (S.Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù). L'importanza assunta dalla spiritualità nella vita organizzativa viene sempre più riconosciuta dai membri delle organizzazioni e dagli studiosi delle scienze sociali. In questo panorama generale, assumono un ruolo di rilievo la spiritualità ignaziana e gli esercizi spirituali che ne sono la più chiara espressione [cfr. Barnao 2009]. Sulla base di una lunga indagine etnografica 1 (1998-ad oggi), tuttora in corso, all’interno di un’organizzazione gesuita di intervento sociale e culturale (Villa S.Ignazio, Trento), questo lavoro tenta di descrivere ed analizzare i principali elementi costitutivi (azione contemplativa, riflessione, discernimento, relativismo, ecc.) che permettono oggi al modello ignaziano di spiritualità di proporsi come strumento particolarmente efficace per la costruzione di azioni di integrazione sociale tra culture diverse. In particolare l'azione sociale ignaziana si è caratterizzata, fin dalle sue origini, per una straordinaria capacità di interazione, negoziazione, integrazione dell'organizzazione gesuita con “culture altre” (si pensi ad es. alle missioni dei gesuiti in Oriente e in America Latina) . Il lavoro mette in evidenza in che modo la spiritualità ignaziana fornisce elementi fondamentali per la comprensione dei fenomeni sociali e per approntare strategie di intervento sociale e di promozione della giustizia sociale che siano centrate sui reali bisogni psicologici e sociali della persona. Inizierò parlando dell'azione missionaria dei gesuiti nella sua ispirazione originaria legata I metodi per la rilevazione dati sono stati quelli tipici della ricerca etnografica: osservazione partecipante e interviste in profondità. L'osservazione partecipante (1998-tuttora in corso) ha costituito lo strumento principale di rilevazione dati. Il luogo principale dell'osservazione partecipante è una casa di accoglienza dei gesuiti (Villa S.Ignazio, Trento) in cui abito, come volontario, dal 1995. Villa S.Ignazio è sede di una fondazione che raccoglie una ventina di enti (associazioni culturali, associazioni di volontariato, cooperative sociali) di ispirazione ignaziana che si occupano intervento sociale e culturale. La casa è anche una casa di esercizi spirituali, un luogo, cioè, in cui si svolgono periodicamente corsi di esercizi spirituali ignaziani. Ho iniziato l'osservazione partecipante in modo non sistematico nell'ottobre 1998, quando ho partecipato, per la prima volta, ad un corso di esercizi spirituali ignaziani. Dal novembre del 2006 raccolgo i dati, in modo sistematico, attraverso un diario di note etnografiche che riguardano la mia partecipazione ad esercizi spirituali, a riunioni degli enti della fondazione, ad azioni di intervento sociale e culturale degli enti stessi. I dati rilevati con l'osservazione partecipante si intrecciano con quelli rilevati attraverso interviste su temi specifici legati alla spiritualità ignaziana e all'azione sociale ad essa imprescindibilmente connessa. Ho condotto 25 interviste in profondità intervistando esperti di spiritualità ignaziana (gesuiti e laici) e rappresentanti degli enti della Fondazione S.Ignazio di Trento. 1 1 all'evangelizzazione di popoli lontani appartenenti a “culture altre” e nella sua versione attualizzata, in tempo di globalizzazione. Passerò poi a considerare nel dettaglio il modello culturale proposto dalla spiritualità ignaziana. Ne verranno messi in evidenza alcuni elementi costitutivi (valori, norme, azioni sociali) con particolare riferimento a tutto ciò che concerne le principali azioni sociali volte all'interazione con le “culture altre”. I Gesuiti missionari e l'integrazione sociale: relativizzare ed evangelizzare Ignazio di Loyola (1491-1556) visse in un'epoca di straordinari cambiamenti sociali legati a scoperte scientifiche e geografiche ed eccezionali mutamenti culturali. Si trattava di cambiamenti epocali che rendono i tempi di Ignazio, per molti aspetti, simili a quelli della società di oggi al tempo della globalizzazione. Nel XVI secolo, infatti, iniziò il lungo “processo di laicizzazione della cultura e della società che, attraverso l'illuminismo, il razionalismo, il liberismo, il positivismo e le grandi ideologie del XIX e XX secolo, avrebbe condotto al «secolarismo» dei nostri giorni” [Sorge 2006]. Quale che sia il tempo in cui agisce, la Compagnia di Gesù è un ordine religioso “missionario”.2 L'attività missionaria è, infatti, un'attività fondamentale della vocazione dei gesuiti, tanto che viene espressamente ricordata nelle Costituzioni della Compagnia con il famoso “IV voto” di ubbidienza al Romano Pontefice circa missiones. In questo paragrafo consideriamo in una prima parte alcuni aspetti centrali nell'attività missionaria gesuitica delle origini per passare successivamente ad alcune sue trasformazioni nel mondo contemporaneo sulla base dell'esperienza di Villa S.Ignazio di Trento. L'attività missionaria delle origini Abbiamo già detto sulla centralità dell'azione missionaria per la Compagnia di Gesù. Non a caso l'utilizzo del termine “missione” viene promosso proprio dai gesuiti alla metà del Cinquecento [Cuturi 2004, 10]. La Compagnia di Gesù identificandosi più di altri ordini fin dalle sue origini con l'azione missionaria, si pose, quindi, più di altri i problemi tipici dell'integrazione sociale legati al contatto, alla negoziazione, alla mediazione, al conflitto, nell'incontro tra culture. A partire dall'inizio dell'attività missionaria, il 7 aprile 1541, con la partenza da Lisbona di Francesco Saverio alla volta dell'India per approdare successivamente in Giappone, i gesuiti si sono dovuti confrontare con il problema della negoziazione della propria attività evangelizzatrice all'interno di contesti sociali e culturali molto diversi da quelli da cui provenivano. Si pensi ad esempio alle missioni in Brasile (con la fondazione da parte del padre G. Anchieta della città di S.Paolo), nell'Africa Centrale, nell'India (con Roberto de Nobili), nelle Filippine, in Cina (con Matteo Ricci prima e Martino Martini successivamente), in Giappone. Questi gesuiti pionieri possono essere considerati, per molti aspetti, dei veri e propri etnografi ante litteram3, dovendo prima di tutto osservare in modo nuovo i comportamenti delle popolazioni da convertire, tentando quindi, prima di tutto, di comprenderne le culture di riferimento. La conoscenza dell'alterità costituì, infatti, un elemento sostanziale del modello di azione missionaria dei gesuiti per i quali diventava necessario affidarsi a criteri costanti di osservazione. L'agire dell'altro diventava un nuovo e importantissimo oggetto da osservare [Cuturi 2004, 15]. 2 3 Sul tema dei primi missionari gesuiti, tra gli altri, si vedano: Imbruglia [2004]; Cuturi [2004]; Herczog [2004]; Di Fiore [2004]. Per un approfondimento su questo tema si veda: Barnao [2008]. 2 Il modello d'azione, il “modo d'agire” ignaziano, quindi, si è “corroborato empiricamente” in una continua negoziazione sul campo dell'agire missionario. Tutto ciò favori lo sviluppo di un modo d'agire che era fortemente caratterizzato dal relativismo culturale che diventava una condizione necessaria per potere sperare di comprendere quegli orizzonti normativi e valoriali (ad esempio delle popolazioni degli amerindi o delle Indie) così diversi da quelli europei di cui erano portatori i missionari gesuiti. Si trattava di una capacità di relativizzare che riguardava sia la cultura dell'evangelizzatore sia quella dell'evangelizzando. Nel processo interattivo, infatti, avveniva ciò che gli etnografi conoscono bene, e cioè una modificazione/negoziazione (almeno in parte) e riformulazione della propria e dell'altrui identità. Il missionario, infatti, non è solo parte attiva ma viene anche “missionizzato” dagli attori portatori di culture diverse [Burkhart 1989, 7]. Ciò che è di base nell'impresa di convertire è la convinzione che la conversione possa avvenire nella gente “dopo riflessioni critiche”. Quello che diventa implicito in questa riflessione critica è la relativizzazione della cultura del portatore del messaggio evangelico [Sanneh 2002]. Missionari e evangelizzati, ognuno in modo diverso e con caratteristiche proprie, sono, infatti, attori di ibridazione e di meticciamento [Cuturi 2004, 13]. Missionari in tempo di globalizzazione: dalla mobilità geografica alla “mobilità culturale”? Sentiamo dalle parole di padre Livio Passalacqua, gesuita animatore di Villa S.Ignazio da circa 45 anni, in che modo la capacità di adattamento e negoziazione in diversi contesti culturali abbia caratterizzato l'azione missionaria di Villa S.Ignazio di Trento Villa S. Ignazio è una cassa di risonanza che ha dato risposta alle varie epoche, alle varie esigenze, alle varie culture. Prima casa di esercizi, durante il fascismo, perché il fascismo non ti lasciava fare altro [...]. Poi c'è stato il collateralismo...era il periodo della democrazia cristiana [...] Poi c'è stato il Concilio [Concilio Vaticano II] e questo ha “mosso” enormemente: c'è stata una deflagrazione... anche dopo: c'è stato il 1968...poi c'è stata la fine delle ideologie...e Villa S. Ignazio ha risentito di tutte queste cose ed è quasi impastata di tutte queste cose [...]. Una capacità di adattamento che è stata possibile grazie ad un relativismo culturale che assomiglia molto a quello necessario ai missionari delle origini che si dovevano muovere in paesi lontani. Una mobilità geografica (quella delle origini) che, nelle parole di padre Livio Passalacqua, si trasforma in “mobilità culturale” con riferimento a Villa S.Ignazio e alle tante culture con cui la sua azione missionaria deve confrontarsi La mobilità è stata una delle cose che cercavo nella Compagnia quando ho iniziato a farne parte. [...]è buffo che sia io a dirlo...la mobilità della Compagnia, la mobilità dei gesuiti... “parola” di uno che è qui [a Villa S.Ignazio] da 45 anni, mettendo le radici più profonde e più robuste. Però questo rimane vero: la mobilità della compagnia è una mobilità geografica [...] disposti ad andare in qualunque parte del mondo, ma è anche una mobilità culturale: la capacità di cambiare cultura di entrare in una cultura nuova, di accorgersi che c'è un'ondata nuova di visione del mondo, portata da...l'epoca di Ignazio è stata un'epoca di scoperte geografiche che sconvolgevano tutto l'eurocentrismo (anche se magari non se ne sono subito accorti). E' sta un'epoca di scoperte scientifiche[...]. La mobilità culturale ha provocato alla compagnia un sacco di glorie ma anche di infortuni: per esempio la Cina con Matteo Ricci e il nostro trentino Martino Martini [...] ecco, tutte queste cose che potevano spaventare, nuove strutture sociali [...] pensiamo al caso dei riti cinesi [...] oppure quello che è successo con le riduzioni [...]uno dei motivi della soppressione della compagnia è stato proprio questo: la sensibilità sociale ....trattava questi indigeni da persone umane, con gli stessi diritti. [...]. Mobilità quindi relativamente ai tempi: questa mobilità credo si sia realizzata [...] non nel senso che abbiamo spostato Villa S.Ignazio, ma nel senso che abbiamo continuato a cambiare dentro. Quando sono arrivato era una casa di esercizi, poi è diventata una casa vocazionale, e poi diventata questa 3 combinazione fatta di tante cose [...] con tutti i meriti e i demeriti di una cassa di risonanza: Villa S.Ignazio non ha inventato niente però ha accolto, ha rispettato, ci ha pensato sopra, ha cercato di collegare [...] Ma qual è il sistema normativo e valoriale che orienta l'azione dei gesuiti nell'incontro con l'alterità? Proveremo a rispondere a questa domanda nel prossimo paragrafo. Un modello culturale: valori e norme che guidano l'azione sociale ignaziana Il modello culturale ignaziano4 che viene qui rappresentato fa riferimento ad una serie di valori che orientano le azioni sociali che sono guidate da un sistema di norme sociali ben precise. Si tratta di un modello che emerge dall'indagine etnografica in corso di svolgimento e che utilizziamo per analizzare in modo specifico, le azioni sociali ignaziane volte all'incontro con l'alterità. Procediamo adesso enunciando di volta in volta una proposizione generale relativa al modello ignaziano, analizzandone i riferimenti valoriali e normativi, descrivendone le principali azioni sociali corrispondenti. Dio solo è assoluto. Tutto il resto è relativo. L'alterità va compresa nel suo contesto specifico. I valori ignaziani di riferimento per tale norma d'azione sono: indifferenza e relativismo culturale. Gli Esercizi Spirituali ignaziani (ES) sono praticati dall'esercitante “per vincere se stesso e ordinare la propria vita senza prendere decisioni in base ad alcun affetto disordinato” [ES 21]. Il “modo di procedere” ignaziano 5 sembra tutto orientato ad una razionalità dell'azione 6 (nel senso weberiano del termine) in cui si mira ad “ordinare” quegli elementi “affettivi” e “tradizionali” dell'agire sociale che ne possono inficiare la razionalità. Ciò a cui si punta è la cosiddetta indifferenza ignaziana7 che consiste nel valore per cui si è liberi “da ogni affezione a persone o a cose create”. L'agire ignaziano viene “ordinato” puntando al valore dell'indifferenza rispetto alle tradizioni (cultura) e rispetto agli affetti (persone, cose, ecc.). L'azione principale che viene promossa è il discernimento. Discernere significa vagliare, setacciare, distinguere. Attraverso la pratica del discernimento ci si “libera” degli stati d'animo, delle componenti culturali, ideologiche, affettive che condizionano la razionalità dell'azione [cfr. Fausti 1997]. L'indifferenza è un valore che trova espressione pratica nella norma: “l’uomo deve usare di esse quanto lo aiutano per il suo fine, e tanto deve liberarsene, quanto glielo impediscono” [ES 23]. Si tratta di una libertà dalle persone singole, dai gruppi, dalle culture. L'indifferenza ignaziana ha, infatti, come conseguenza immediata quella di promuovere un vera e propria relativismo culturale nei confronti della propria e delle culture altre. “Dio solo è assoluto: il resto, tutto il resto è relativo” [Dhotel 2007, 108]. Il resto, cioè, va compreso nel suo contesto specifico. Tutti gli orizzonti culturali hanno significato e validità solo all'interno del loro 4 5 6 7 Per un approfondimento sul tema e, più in generale, sui contenuti di questo paragrafo si veda [Barnao 2009]. Girolamo Nadal, gesuita della prima generazione, scrive: “La forma della Compagnia si trova nella vita di Ignazio” [...]. “Dio ce lo ha messo davanti come esempio vivente del nostro modo di procedere” [CG 34, D 26]. La razionalità ignaziana appare una razionalità rispetto al valore (assoluto) che è per Ignazio “l'amore per Dio” [Dhotel 1997]. “È perciò necessario renderci indifferenti rispetto a tutte le cose create, in tutto quello che è lasciato al nostro libero arbitrio e non gli è proibito; in modo che, da parte nostra, non vogliamo più salute che malattia, ricchezza che povertà, onore che disonore, vita lunga che breve, e così via in tutto il resto; solamente desiderando e scegliendo quello che più ci conduce al fine per cui siamo creati” [ES 23]. 4 contesto particolare. Si tratta di quello stesso relativismo culturale che ha permesso ai gesuiti, fin dalle origini, di avere una penetrazione particolarmente efficace in contesti culturali “altri”. Azioni sociali orientate da questi valori sono quelle dell'esplorazione e dell'inculturazione. Sono le azioni proprie dei primi missionari gesuiti che si muovevano in un mondo in profondo cambiamento, interagendo con culture nuove e profondamente diverse dalla loro con la necessità di una continua negoziazione e continui adattamenti. Pensare globalmente e agire localmente, nel rispetto dell'alterità e sulla base di un atteggiamento non giudicante. I principali valori di riferimento per questa norma d'azione sono: radicamento e la cura personalis. Il radicamento è il qui ed ora della spiritualità ignaziana. Nell'undicesima Annotazione degli Esercizi Spirituali Ignazio scrive che: “Chi sta facendo gli esercizi della prima settimana, è bene che non venga informato di quello che dovrà fare nella seconda settimana; si impegni invece nella prima, per raggiungere quello che cerca, come se nella seconda non sperasse di trovare nulla di buono” [ES 11]. Il presupposto è il valore della cura personalis che porta, ad esempio, la guida spirituale che dà gli esercizi a “pensare globalmente e agire localmente” prendendosi cura dell'esercitante, rinunciando ad ogni personalismo, evitando di “metterci del suo” [Kolvenbach 2007]. Ignazio darà, così, particolare importanza al colloquio chiedendo ai suoi di formarsi all’ “arte di trattare e di conversare con gli uomini” [CC 814] chiedendo particolare attenzione al concetto di deferenza, intesa quest'ultima come “l'attitudine che rinvia al rispetto, alla considerazione e al riguardo” [Bongiovanni 2007, 81] per tutto ciò che veniamo a conoscere dell'altro. Si tratta della cosiddetta la non violenza pedagogica ignaziana che consiste nell'estrema attenzione che dedica Ignazio ad un atteggiamento non giudicante della guida spirituale nei confronti dell'esercitante [Passalacqua 2004, 81]. E' un aspetto che emerge chiaramente dalle parole di Ignazio: “Affinché tanto chi dà gli esercizi spirituali come chi li riceve meglio si aiutino e ne traggano profitto, necessario presupporre che ogni buon cristiano debba essere più disposto a salvare l’affermazione del prossimo che a condannarla; e se non la possa salvare, cerchi di sapere quale significato egli le dia; e se le desse un significato erroneo, lo corregga con amore; e, se non basta, cerchi tutti i mezzi adatti perché, dandole il significato giusto, si salvi” [ES 22]. Scegliere lo strumento più adeguato per l'interazione con “culture altre”. Ciò è possibile attraverso la pratica del discernimento con un continuo processo di analisi riflessiva dell'azione che si compie. I valori di riferimento sono: riflessività, apprendimento, discreta caritas. Riflessività e apprendimento sono i presupposti dell'agire contemplativo dell'azione ignaziana. Il saper “riflettere su di sé e approfondire le proprie conoscenze” sono nodi centrali della spiritualità ignaziana [Lowney 2005]. La combinazione di esperienza, riflessione, preghiera, tipica degli esercizi spirituali ignaziani [Nolan 2005], è riconducibile e trova numerosi punti di contatto con i cicli della riflessività dell'agire etnografico. 8 L'autoanalisi dell'etnografo, che deve prendere contatto con il sé, con il modo in cui l'altro lo vede e con il modo in cui lui stesso vede l'altro, sembra anticipata dalla riflessività che Ignazio richiede nell'agire contemplativo [cfr. Barnao 2009]. Ignazio, infatti, pone l'accento sull'attenzione come disposizione fondamentale “che permette alla realtà dell'altro (o del mondo) di essere presente e di entrare in dialogo con me in tutta la sua integrità”. L'attenzione ignaziana consente di “passare dall'atteggiamento di spettatore 8 Un esempio in tal senso è lo studio di Coghlan [2005] in cui si mettono in relazione i cicli della preghiera ignaziana con quelli tipici dell'action research. 5 esterno a quello della partecipazione attiva, accogliente e vulnerabile all'altro” [Bongiovanni 2007]. L'accompagnatore spirituale per gli esercizi aiuta l'esercitante in questo continuo processo di autoanalisi [Martini e Sporschill 2008, 86]. Riflessività e apprendimento sono le premesse per una discreta caritas. La discreta caritas è la carità che è esercitata con discernimento [Kolvenbach 2008], cioè quella carità che sceglie il mezzo più appropriato per agire sul campo. Grande importanza ha, in questo senso, l'azione della inchiesta sociale, intesa come il momento informativo e di studio di un fenomeno, necessario per conoscere la realtà sociale sulla quale si vuole intervenire, in modo da indirizzare l'azione nel modo più efficace. La principale azione sociale che viene orientata dai valori della riflessività dell'apprendimento e della discreta caritas è la contemplazione nell'azione9. È quell'azione che fa riferimento al dono di Ignazio di “contemplare la presenza di Dio in tutte le cose” [cfr. Schiavone 2007]. L'evangelizzazione non può attuarsi veramente senza promozione della giustizia. Bisogna correre dei rischi, vivendo in “continua tensione di amore e imitazione” e restando liberi dal potere e dall'avere. Radicalità, tensione, conflitto, servizio e giustizia sociale sono valori che orientano l'azione ignaziana guidata da questa proposizione generale. La radicalità ignaziana porta in modo naturale a correre dei rischi nel perseguimento del magis: “il rischio maggiore è non correre rischi” [Lowney 2005, 243]. Quelle legate alla spiritualità ignaziana sono azioni radicali che si muovono sullo sfondo di una mistica del servizio che punta ad una piena identificazione con la figura di Cristo [Sorge 2006] seguendo il desiderio estremo di “essere stimato stupido e pazzo per Cristo” [ES 167]. Tutte le azioni ignaziane sono in ultimo rivolte ad una “maggiore gloria di Dio”, Ad maiorem Dei gloriam. L'azione di evangelizzazione orientata dal valore del servizio è “annunzio della fede che agisce nell’amore per gli uomini [cfr. Galati 5,6 ed Efesini 4,15]: non può attuarsi veramente senza la promozione della giustizia” [CG 32, d. 4, n. 28]. La promozione della giustizia sociale 10 porta i gesuiti a svolgere continue attività di mediazione. Paolo VI affermava a questo proposito: “Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nel crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell'uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti”. 11 Attività di mediazione, quindi, in contesti difficili e spesso conflittuali. Luoghi e contesti in cui, talvolta, nel perseguimento del valore della giustizia sociale, il conflitto stesso diventa un valore da perseguire per la difesa dei diritti dei più deboli. A proposito del “conflitto”, padre Pedro Arrupe (Generale della Compagnia dal 1965 al 1983) afferma che il conflitto “ha sempre accompagnato e accompagnerà sempre un buon numero di grandi credenti e di grandi cristiani, purificando in maniera significativa la loro fede, per il bene loro e per quello degli altri” [Hug 1978, 8]. L'azione ignaziana è un'azione “eroica” che tende a spronare “grandi desideri” in sé e negli 9 10 11 Si tratta del cuore della mistica ignaziana: “Essere contemplativi nell'azione” è una famosa frase attribuita a Girolamo Nadal, gesuita della prima generazione [cfr. Sorge 2006]. Padre Kolvenbach, Generale della Compagnia dal 1983 al 2008, a questo proposito afferma che: “Dal momento che S. Ignazio vuole che l’amore sia espresso non solo a parole ma anche a fatti, la CG impegnò la Compagnia alla promozione della giustizia come risposta concreta e radicale, ma adeguata a un mondo di sofferenze ingiuste. Promuovere la virtù della giustizia nelle singole persone non era abbastanza. Solo una giustizia sostanziale può provocare quei mutamenti strutturali e di atteggiamento necessari a sradicare quelle forme di ingiustizia oppressive e peccaminose che sono uno scandalo contro l’umanità e contro Dio. Questo genere di giustizia richiede un impegno a favore dei poveri orientato all’azione, con una coraggiosa opzione personale” [Kolvenbach 2000]. Si tratta di un'affermazione di Paolo VI nel discorso del 3 dicembre 1974 rivolto ai delegati della Compagnia [cfr. Miccoli 2007, 88]. 6 altri. I valori di riferimento sono Eroismo, magis, desiderium. Molto meglio ignaziano è un profondo “atto di fede” nella capacità dell'individuo di essere proficuamente aiutato a realizzare il proprio potenziale [Passalacqua 2004, 80]. La capacità di valorizzazione delle potenzialità dell'altro per il perseguimento di un fine comune si lega al concetto della cosiddetta leadership condivisa [Passalacqua 2007; Remondini 2007; Pelicon 2007] che cerca di tradurre operativamente i principi del molto meglio nella conduzione di organizzazioni complesse [cfr. Bongiovanni e Fava 2007; Carmagnani e Danieli 2000] da parte di leader per vocazione ignaziana [Lowney 2005]. Il desiderio di migliorarsi spinge, in modo sempre nuovo, ad affrontare le continue sfide della quotidianità. Il perfetto gesuita secondo Ignazio è colui che “vive con un piede sempre levato” [Lowney 2005, 30], capace, cioè, attraverso il suo spirito di iniziativa di adattarsi in modo creativo a sempre nuovi scenari d'azione. Il magis è il “di più” ignaziano che consente nel fare un passo avanti rispetto all'indifferenza. Se, attraverso l'indifferenza provo un'assenza di preferenze, il magis indirizza il modo di procedere ignaziano verso quelle cose che sono più confacenti e conformi al Regno [Rendina 2004, 34]. Il magis è, quindi, “il meglio a cui tendere” che nella spiritualità ignaziana è l'impegno a progredire continuamente in ogni perfezione evangelica per una gloria di Dio sempre maggiore. L'azione ignaziana del discernere, anche in questo caso, “aiuta a servire Dio e a fare 'di più' della propria vita” [Martini e Sporchill 2008, 41]. Ignazio chiede di “desiderare” di passare come “folli per Cristo” [ES 167]. Chiede, cioè, di compiere azioni eroiche mosse dall'amore per Dio. Bibliografia • • • • • • • • • • • • • Barnao C. 2004, Sopravvivere in strada. Elementi di sociologia della persona senza dimora, FrancoAngeli, Milano. Barnao C. 2009, Ignazio di Loyola e Carl Rogers per la formazione degli osservatori partecipanti e per la conduzione di ricerche “centrate sulla persona”, “Studi di Sociologia”, 2, 2009. Bongiovanni S. 2007, Didattica e filosofia: all'ascolto degli esercizi spirituali, in Bongiovanni S. e Fava F., Accedere all'originalità personale. La formazione nelle organizzazioni complesse, Pardes, Bologna. Bongiovanni S. e Fava F. 2007, Accedere all'originalità personale. La formazione nelle organizzazioni complesse, Pardes, Bologna. Burkhart L.M. 1989, The slippery earth. Nahua-Christian moral dialogue in Sixteenth-Century Mexico, The University of Arizona Press, Tucson. 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